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Le foto per dirlo. L’eredità necessaria

di Mariateresa Formicola

“E fu qui, adesso che ci penso, che la storia della mia vita ebbe inizio”

(Josè Saramago)

Seduta in terra a gambe incrociate – avrò avuto undici o dodici anni –  me ne stavo ai piedi della mia nonna paterna mentre mi narrava di guerre e soldati e di fughe nei campi, delle inquietudini dell’amore inesorabile,  della bellezza  di amicizie sincere, della sofferenza nei tradimenti subiti, e memorie e segreti di famiglia, soprattutto. Tutto intorno era foderato di silenzio, tanto ero immersa –  così ricordo -.

Ovunque io sia, mi restano nella fotocamera corpi e sguardi di persone adulte; dopo provo a raffigurare i loro volti di adolescenti, i colori primitivi dei capelli,  le movenze leggere, l’incomparabile vita.

Mi hanno raccontato storie più disparate, semplici, serene o tragiche – le  persone qui fotografate –  e quello che ora posso dire è che continuo a nuotare nell’infinito mare dei loro ricordi.

Voglio dedicare questa pubblicazione alla ragazzina curiosa, da tutto affascinata, che ero.Mariateresa Formicola Mariateresa Formicola, Mariateresa Formicola

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Le foto per dirlo. Il rifugio

di Mariateresa Formicola

Vi auguro sogni a non finire

La voglia furiosa di realizzarne qualcuno

Vi auguro di amare ciò che si deve amare

E di dimenticare ciò che si deve dimenticare

Vi auguro passioni

Vi auguro silenzi …

(jacques breil)

Andavo lentamente nel silenzio degli stretti vicoli bianchi,  con nessuno in circolazione.

Il caso volle che mi imbattei in  J-C;  mi si offri l’occasione della nascita di una nuova conoscenza, l’invito per una tranquilla e allegra chiacchierata su argomenti di reciproco interesse, al riparo dal sole nella sua graziosa abitazione al mare, che io avevo già notato; dentro, sua madre stirava, bellissima e serena, nel calore di un mattino di giugno.

Passato un mese, sono rientrata in quella casa, in mia esclusiva disponibilità per una settimana, e ci sarei rimasta volentieri più a lungo se non avessi avuto impegni altrove.

Ringrazio il mio amico belga J-C per l’accoglienza, e per l’affabilità con cui elogia la mia passione per la fotografia quando mi attribuisce il talento  di trasformare la realtà  pur mostrando ciò che è: “Mt, hai uno sguardo che trasfigura, non guarderò più alla stessa maniera la mia casa e tutto intorno” .

Ecco le foto.

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Le foto per dirlo. Mytos

di Mariateresa Formicola

Est locus Italae medio sub montibus altis,

nobilis et fama multis memoratus in oris,

Ampanctis valles…

(Publio Virgilio Marone)

In Irpinia, nel territorio di Rocca San Felice,  c’è un luogo denominato “La Mefite della Valle dell’Ansanto” . E’ un avvallamento con un laghetto di acque ribollenti, di antichissima formazione, da cui provengono incessanti esalazioni inodore e letali, prodotte dallo sprigionamento di quantità di CO2 ad elevatissimi livelli di concentrazione. Giungono in superficie dalle profonde viscere della terra laddove si incontrerebbero le irruenti propagazioni dei movimenti sotterranei dell’imponente catena montuosa dell’Appennino Campano, tra il massiccio del Taburno e il vulcano attivo del Vesuvio.

E’ una storia arcaica, risalente almeno al IX-X secolo a.c. , quella della dea pagana “Mefitis”, cui vennero dedicati culto e venerazioni propiziatorie, innalzati templi e santuari, specialmente nell’Italia centro-meridionale.

Nelle esplorazioni archeologiche e negli scavi effettuati non sono state rinvenute tracce visibili del tempio di Rocca San Felice, che pure pare dovesse ergersi in loco, per il riaffiorare di numerosi oggetti votivi, vasellami, manufatti vari, soprattutto di una statua lignea dalle stilizzate forme antropomorfe, alta circa un metro e mezzo, oggi conservata nel Museo Provinciale di Avellino.

Ho intrapreso il viaggio verso la Valle della Mefite dopo l’invito di un amico a scattare alcune fotografie del luogo per presentarle in occasione di un convegno che stava organizzando insieme ad un gruppo di attori locali, interessati alla promozione del geo-sito.

Con cauta disponibilità, ho accettato.

Così, passeggiando nel silenzio della valle deserta, tra il disturbo di intense evaporazioni di zolfo e di un gentile vento primaverile, che però mi allarmava (avrebbe potuto spingere verso di noi l’implacabile biossido di carbonio?) , ho messo a fuoco la mia relazione con Mefite.

Vertigini, il giorno seguente.

Voglio dedicare questa pubblicazione al signore che troverete in fondo a tutte le foto,  Giuseppe.  E’ un uomo vivace, con un bel volto scurito dal sole e inciso da visibili solchi, che, come un premio, ho finalmente incrociato dopo il reportage all’ambiente solitario del laghetto tossico. Anche lo ringrazio per aver, senza esitazione, rovesciato fuori dall’abitacolo della sua piccola utilitaria, nella siepe sul bordo della strada, la lunga scala di legno con cui stava andando a raccogliere uva e avermi così offerto posto per accompagnarmi in un altro luogo di rilevanza storica, per la presenza dei ruderi di un antico edificio in pietra, interamente scoperchiato – forse un piccolo castello, forse per metà fortino di avvistamento –  poco più in là, dove il paesaggio variopinto per le ampie distese di prati fioriti in pieno sole avrebbe senz’altro ispirato il lavoro di pittori impressionisti.

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Le Foto per dirlo. Devo andare: Marche

di Mariateresa Formicola

“Ho bisogno del mare perché mi insegna;

non so se imparo musica o coscienza”

(Pablo Neruda)

Una buona comitiva di amici mi invita nelle Marche e penso, con rapida riflessione, sia tra le poche regioni della nostra penisola che non ho ancora visitato.

Divento impaziente di afferrare l’occasione di spingere lo sguardo dentro confini sconosciuti dell’Italia intermedia e decido che l’invito è tassativamente indeclinabile e parto, concedendo priorità a località poste in zone costiere, perché il mare mi attrae incessantemente e  promette l’esperienza propizia di un’intensa e compiuta confidenza con me stessa.

A questo punto, la narrazione per immagini di quanto ho colto intorno a me.

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Variabili Casuali. Pezzi di Salento dentro una “spigolosa scatoletta di ferro”

di Mariateresa Formicola

La Variabile Casuale di oggi è un viaggio alla scoperta della bellezza del Salento in compagnia di  Antonio de Bernart, tenace fotoamatore su pellicola. 

Aspettavo da tempo di presentare il fascino della fotografia analogica, e non tanto per il mio gradimento del vintage quanto per la possibilità di far riferimento ad un maniera diversa dell’arte di fotografare quando, prima di iniziare a scattare in digitale – parliamo di una trentina di anni fa –  si utilizzava la pellicola.

A confronto con la fotografia digitale, niente bit e pixel, nessun display LCD a controllare cosa la fotocamera imprime per noi, nessun automatismo e autofocus, né istogrammi, meno che mai l’immediata acquisizione degli scatti in schede rimovibili e scaricabili velocemente sul computer, e pochi,  ma molto pochi scatti ponderati guardando bene nel mirino, per non esaurire il rullino con decine di immagini di scarso valore estetico ed espressivo.

Eppure la fotografia analogica è espressione di un mondo affascinante ricco di storia, tuttora esistente e che sopravvive bene, e si nutre di camere oscure, di sostanze e formule chimiche, di fissaggi e dei suoi odori.

Ne ho parlato a lungo con Antonio de Bernart dopo aver visto alcune sue foto che mi sono da subito piaciute, e ho avuto voglia di proporle in questa Rubrica perché credo la arricchiscano di un inedito, invitante contenuto. E visto che condivido con lui la passione per la sua terra,  è nato il collage “Pezzi di Salento”, che mostra tutta la particolare abilità di Antonio per la fotografia dedicata al Paesaggio, che lui sa osservare e comporre, senza farsi sfuggire i dettagli ( schiuma, rombo, faro, papaveri, canneto, nuvole basse, ventaglio, bici,… ).

La cura nella scelta del tipo di pellicole, qui tutte negative a colori,  ha permesso immagini di stampa finale dalle cromie ammalianti, ora vivaci ora calde o mediamente sature, a volte con contrasti netti e a volte più sfumati.

La tecnologia digitale non ha ancora preso il sopravvento su di lui, anche se sa che è solo questione di tempo e  che prima o poi… Enjoy.

Antonio de Bernart , classe 1980, è nato a Gallipoli, vive a Lecce. 

La “spigolosa scatoletta di ferro”

di Antonio De Bernart

Il mio approccio maturo con la fotografia risale a circa 15 anni fa quando, un giorno,  mio fratello arrivò a casa con una reflex analogica regalatagli da nostro zio, fotografo di professione, che aveva intravisto in lui la voglia di imparare ad usarne una. Quelle di mio padre (pure lui fotografo, fratello dello zio, entrambi figli di un fotografo) erano ormai troppo vecchie per permetterne un apprendimento facile e moderno.   Mai regalo fu più azzeccato; da quel giorno non ho mai smesso di usare quella “spigolosa scatoletta di ferro”.

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