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Amore e invidia

di Brunilde

Amore, invidia, due termini agli estremi del sentire;  giustamente agli estremi  oso dire benché, paradossalmente, essi siano uniti da un sottile, imprevedibile filo.

L’osservazione diretta, l’esperienza personale, può essere una scelta di metodo per riflettere e/o teorizzare;  preferisco, quando è possibile, partire dal mio vissuto  non perché l’individuale possa o debba assurgere a criterio generale ma perché l’ esperienza personale permette di mantenersi nel concreto e riconsiderare con luce nuova la propria esperienza.

Una esperienza sentimentale tormentata e difficile, con un uomo che sulle prime avevo definito solo come  “vampiro intellettuale” lo ha rivelato, negli anni, quale prototipo di “invidioso”. Invidioso dei miei mondi vitali, delle mie opportunità, della stima e dell’affetto che mi si riconosceva. Ma, cosa ancor più grave, quella che inizialmente poteva interpretarsi come gelosia per la mia persona, era in realtà invidia per tutti.

Chiunque faceva o aveva qualcosa che lui non aveva o non faceva, gli scatenava una ingordigia che si traduceva nella velleità di fare o avere la stessa cosa. Quando non riusciva a spiazzare l’altro avviava l’opera di distruzione; i suoi complimenti erano sempre inquinati da un “se” “ma” “però” più devastanti di una critica diretta anche se spietata.

Purtroppo, non credo che i caratteri rilevati in questo soggetto siano isolati e sporadici. Il sentimento invidia ha molte sfumature; un osservatore attento le coglie nell’interlocutore distratto che non ascolta, o in quello che, appena stai per sostenere una tesi, ti ribatte con una antitesi, per il solo gusto di contraddire, di affermare la sua idea magari appropriandosi, di lì a poco, della tua tesi.

Mi son fatta una idea: l’invidioso non può amare perché non sa amare, perché ama, seppur malamente, solo se stesso.

Già i padri della Chiesa sostenevano che tra i cinque sensi, il più pericoloso è la vista perché alimenta il desiderio smodato e incontenibile di possesso. Invidia deriva da “in-video” dove l’in indica non solo la direzione ma anche l’avversione, un guardare contro, il rivale, il concorrente. Non a caso, l’invidia si collega ad una credenza molto diffusa: il malocchio.

Quando e perché ci si sente crescere dentro questo rovello?

Dante, nel Convivio, dice che l’invidia nasce “dalla paura di essere posposto, nella gerarchia sociale, ai meriti o alla eccellenza altrui” Riprendendo Sant’Agostino, il divino poeta insiste sulla preoccupazione personale, sul timore di essere o vedersi diminuito, perché qualcun altro ha sottratto o potrebbe sottrarre spazio. Per la legge del contrappasso, Dante pone gli invidiosi all’inferno con gli occhi chiusi da pesanti fili di ferro.

L’invidia, come l’avarizia, è un vizio inconfessabile e spesso sovrapponibile l’uno all’altro; non si mostra, vive di vita sotterranea, si camuffa; sulla bocca dell’invidioso furbo, diventa spesso, complimento condizionato. L’invidioso aggiunge sempre al suo complimento di maniera un: “peccato che” sì ma” dando così il via alla sua opera di abbattimento dell’altro.

E’ vero che una certa letteratura sociologica ha sottolineato il ruolo dinamico giocato dall’invidia come spinta alla competizione ma quando essa ristagna, può diventare devastante e rendere l’invidioso socialmente pericoloso perché trasmettitore di odio sterile, che si scarica come avversione al riconoscimento dell’altro. Emerge, a ben osservare questi soggetti, una personalità insicura, mascherata da atteggiamenti da prima donna, da un modus che ostenta sulle prime seduttività che diventa fuga appena la situazione richiede confronto, impegno diretto, perché, evidentemente, il confronto mette a rischio l’io ipertrofico del soggetto.

Dov’è, allora, il sottile filo che unisce gli opposti? Sta nella impossibilità di incrociarsi. L’Amore, infatti, avvicina, riconosce, accetta, esalta il soggetto d’amore. L’invidia allontana, disconosce, rifiuta, vuole sopprimere, “distruggere” è il termine usato spesso dal soggetto  invidioso!

L’esperienza d’amore è esperienza gratuita, è donazione, è, come scrive Dietrich von Heidebrand, “aprire le braccia, le braccia della nostra anima, all’anima dell’amato, perciò, amare significa anche rinnovare la nostra gratitudine per il dono della unione con la persona amata”.

E se ciò non è, meglio spostare lo sguardo e il cuore del nostro orizzonte. Ciascuno di noi sa quale è il punto di non ritorno o, per dirlo diversamente, quando l’esperienza purificatoria ci spinge ad abbandonare il pantano e guardare alla scala luminosa.

La preghiera

di Brunilde

Si può guardare alla storia dell’uomo anche attraverso la testimonianza della preghiera. Chiedere a Dio è una istanza di ogni cultura e non solo; l’implorazione accompagna la storia umana nel tempo senza perdere in forza espressiva ed evocatrice.

Ora è lode, ora è ringraziamento, ora è richiesta di salute o di beni materiali per sopravvivere; sempre, però, si mostra come affidamento a Dio, avvertito come padre benigno ed attento ai suoi figli.

L’implorazione documenta, nella esperienza umana, la ricerca di un rapporto confidente, dove la consapevolezza di essere ascoltati, ancor prima di essere esauditi, dice quanto sia presente, nella struttura stessa dell’essere umano, la tensione religiosa. Anche quando la domanda non si rivolge ad un Dio, quando si leva come interrogazione, grido, ricerca di senso, rivela la connaturata dimensione della “mendicanza”, l’essere cioè incompleti, bisognosi di aiuto, di consolazione, carenze, queste, che nessuno può auto- soddisfare. Certo, quando l’implorazione non incontra un interlocutore con un volto, diventa grido che giunge a sfiorare la disperazione. L’uomo è domanda e, per il credente, Dio è la risposta, è il tutto in tutto, come scrive Paolo di Tarso.

Dai popoli senza scrittura alle grandi civiltà antiche (Egitto, Mesopotamia, Grecia); dall’Ebraismo all’Islam al Buddismo, all’Induismo, tutti esaltano il canto della vita anche in presenza del dolore perché nell’anima orante grande è la coscienza di parlare con Dio, un Dio sovrabbondante che, avendo donato l’esistenza, non mancherà di sostenere i suoi figli.

David Maria Turoldo, uomo dei nostri tempi dice: “pregare è mettersi in ascolto per sentire Dio, perché, più che parlare di Lui, attraverso la preghiera noi possiamo a Lui parlare”. Pregare è, dunque, un comunicare con Dio. In quel “a Lui parlare” vi è la metafora del comunicare così come avviene tra gli uomini.

Ma perché parlare a Dio?

L’uomo ha innumerevoli motivi per mettersi in comunicazione con Dio: per supplicarlo, ringraziarlo,  intercedere  per un fratello, per la gioia intima di sentirsi parte del tutto.

Anche pregare per un bisogno è più che naturale; Cristo stesso non ha forse detto:”chiedete ed otterrete, bussate e vi sarà aperto” Pregare nel bisogno significa riconoscere la nostra limitatezza e impotenza dinanzi alle tante situazioni della vita e al mistero della sofferenza, della malattia, della morte.

Ma si prega anche per intercedere a favore di un fratello, per l’Umanità intera, per i vivi, per i morti, certi che nella comunione dello spirito, tutti siamo nella possibilità di raccogliere il beneficio della preghiera.  Pregare, allora, quando lo spirito è aperto a questa esperienza di partecipazione con l’Essenza, è certamente più appagante ma anche l’offerta di tempi e dimensioni contingenti, possono diventare preghiera.L’ora et labora, di San Benedetto,è la sintesi di questa verità.

Dove pregare, ci si chiede talvolta. Ogni luogo è adatto alla preghiera, perché ogni luogo è, in definitiva, spazio manifesto della divinità; tuttavia, se possiamo individuare tempo e spazio per questo appuntamento con lo Spirito è certo meglio poiché l’uomo, in ragione della sua finitudine, ha bisogno di segni tangibili. Allora il Tempio, come rappresentazione del tempio interiore, il tempio come spazio consacrato, è un luogo più aderente alle necessità dello Spirito.

Lavoriamo, tuttavia, per giungere a sperimentare l’esortazione del Cristo alla Samaritana, al pozzo di Giacobbe: “Verrà giorno in cui non ci sarà bisogno del tempio perché Dio è Spirito e lo adorerete  in Spirito e Verità”

Come pregare. In silenzio, con la mente, con la parola, con il canto, con espressioni dettate dalla propria sensibilità o con la preghiera di quanti hanno avuto modo di tradurre questa comunicazione in suoni, musica, immagini.L’Antico Testamento ci ha lasciato esempi di grande spiritualità con i Salmi e Cristo stesso, a chi gli chiedeva:  Maestro, insegnaci a pregare” disse: “quando pregate dite così:

Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male.

La preghiera di Cristo non consente interpretazioni accademiche, quanto mi permetto di esprimere, di seguito, è dunque solo il tentativo di immaginarne una traduzione nel concreto della vita quotidiana.

Padre nostro che sei nei cieli. E’ l’atto di riconoscimento della nostra figliolanza con Dio, un padre che potrebbe sembrare infinitamente lontano visto che Lui è nei cieli e noi qui, nella dimensione fisica. Ma Cristo, nel suggerirci di riconoscere il Padre che è nei cieli, voleva disvelarci  la realtà della nostra origine divina e spronarci ad ascendere verso il cielo per ricongiungerci al Padre

Sia santificato il tuo nome.  L’invocazione del Padre nostro, pone qualche problema: come possiamo noi santificare il nome di Dio? In ebraico, per esprimere la santità di Dio si usa il termine Kadosh, “separato”; santificare nella Bibbia è sinonimo di glorificare, lodare, benedire, quindi, si può e si deve glorificare, lodare e benedire il Santo, cioè Dio. La santità di Dio nell’Antico Testamento è grandiosa, quasi spaventa, allontana e, insieme, attrae l’uomo. “Signore, tu mi scruti e mi conosci…” recita il Salmo (138). A Mosè non è concesso di guardare il roveto ardente in cui si manifesta “Colui che è”. In Cristo mediatore, il Dio, Santo e lontano, si realizza in noi, superando la distanza infinita tra la creatura e il Creatore. L’esortazione di Gesù: “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”(Mt. 5,48), diventa progetto per ognuno di noi in un percorso che ci interpella singolarmente ma diventa comunitario perché si realizza quando contribuiamo a determinare rapporti umani più giusti, amorevoli, compassionevoli. Quando, invece, offendiamo l’uomo non facciamo altro che profanare la gloria di Dio, la sua santità.

Sia fatta la tua volontà. “Nelle tue mani è il tuo destino” dice la Scrittura ma dall’altra, Gesù, quasi in contraddizione, ci esorta ad affidare nelle mani di Dio il nostro destino con le parole: sia fatta la Tua Volontà, come in cielo così in terra. Sant’Agostino, chiara intelligenza mistica, ha sintetizzato il dilemma delle due volontà affermando:”Lui stesso fa in te tutto quello che viene fatto da te; nulla è fatto da te che Lui stesso non faccia in te. Talvolta Egli agisce in te senza di te ma tu, non puoi compiere nulla senza che Lui  operi in te”.

Chiedere, dunque, che sia fatta la volontà di Dio in terra come in cielo è la sola, vera liberazione dell’uomo. La volontà del Padre non è lontana da noi, è dentro di noi, è inscritta in  quella che, il non credente, riconosce come Etica naturale, propria della essenza ontologica dell’uomo. E’ percorribile nella adesione al Cristo mediatore che, innalzato sulla croce, determina la nostra rinascita alla finalità ultima della esistenza umana. Ma, affinché la preghiera sia fatta secondo la volontà di Dio, Gesù stesso mette in guardia i suoi Discepoli da alcune deformazioni della stessa: l’esibizionismo e l’uso superstizioso. “quando pregate –dice – non siate simili agli ipocriti” (Mt. 6,5) Ipocrita, voce di origine greca, significa “attore”; nella società ebraica, nella quale la socializzazione della vita religiosa poteva procurare grande prestigio, era facile strumentalizzare la preghiera: “ Perciò –continua il Maestro- quando tu preghi, appartati in silenzio”

L’appartarsi, però, non è solo in senso fisico quanto piuttosto il ricercare quella solitudine interiore o meglio, quel liberare mente e cuore da ogni motivo di distrazione dal colloquio con Dio che non deve avere contendenti. E’ un invito alla preghiera contemplativa che, tuttavia, non contraddice la preghiera comunitaria che, anzi, la vivifica. In altre occasioni, infatti, Cristo dice: “dove sono riunite due o più persone nel mio nome, lì sono io” (Mt. 18,20). Un aspetto non puro del pregare è l’uso superstizioso della preghiera, non la si può strumentalizzare, renderla merce di scambio. Non è pregare il farlo per ottenere beni materiali poiché il Padre sa di cosa e quanto abbiamo bisogno.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Dunque, prima la ricerca del regno di Dio e poi le nostre necessità fisiche, a cominciare dal pane, cibo essenziale per la sopravvivenza di tutti. Per i buoni e per i cattivi, per i barboni della strada come per i ricchi dei palazzi. Ecco perché è “il nostro pane” nella sua dimensione comunitaria, sociale, non egoistica, parassitaria. Il pane quale frutto del lavoro dell’uomo. San Paolo, rivolgendosi agli Efesini li esorta: “se qualcuno non vuole lavorare, non mangi” (Ts. 3,10) E Pio XII diceva: “ il lavoro deve poter garantire ad ogni uomo, alla sua famiglia, il sufficiente pane quotidiano”. D’altra parte, le buone parole non hanno mai soddisfatto la fame, il bisogno primario di sopravvivenza e conservazione. Il pane è segno di comunione, di condivisione. Cristo stesso spezza il pane con questo significato, prima della sua esperienza finale. Ma pane è anche il bisogno di verità, di valori spirituali “perché non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che viene da Dio” Il pane, allora, ci richiama alla preghiera di ringraziamento e benedizione perché, in effetti, tutto ci proviene da Dio e tutto ritorna a Dio.

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. C’è in questa invocazione la consapevolezza del grande debito accumulato, da ognuno di noi, verso Dio insieme alla disponibilità a sanare e rimettere i debiti che i nostri fratelli hanno assunto nei nostri confronti. Dunque, noi chiediamo perdono a Dio ponendo, a parametro della sua misericordia, la nostra stessa misericordia. E’ avvertito, in questa invocazione, anche il senso di giustizia che, travalicando la dimensione umana, si inscrive in quella divina. Stipuliamo un impegno con l’Altissimo quando chiediamo di rimettere le nostre colpe e ci predisponiamo a perdonare, a nostra volta, a chi ci ha offeso, consapevoli delle nostre debolezze.

Quali sono i nostri debiti e verso chi? Sin dal primo istante di vita cominciamo ad essere debitori, verso tutti e tutto. Forse che il corpo, l’anima, l’aria, il cibo, non ci sono stati elargiti dal mistero della creazione? Siamo debitori del dono della vita anche se andiamo verso una cultura della morte, una cultura che spaccia per “buona morte” la deresponsabilizzazione e il rifiuto a riconoscere un senso alla malattia, alla sofferenza, alla vecchiaia, assecondando un secolarismo senza ideali che sa cogliere solo l’ombra di una felicità senza conquista. Dunque, dobbiamo imparare a perdonare innalzandoci, possibilmente, al di sopra della nostra stessa natura che trova difficile e faticoso perdonare. Ma il perdono più vicino a quello della Misericordia divina è il perdono gratuito, fatto come dono, senza attendersi contropartita, perché il vero perdono è rinascita, liberazione, salvezza. “non lasciarti vincere dal male, vinci il male facendo il bene”(Rm. 12,21) Sono parole di San Paolo assunte a guida esistenziale da papa Giovanni Paolo II.

Brunilde

Equinozio di Primavera

di Brunilde

Per mio diletto e per il piacere di suscitare, spero, qualche curiosità in chi legge, mi soffermo su un evento astronomico che ogni anno, con il ritmo cadenzato ed eterno della natura, si ripete e ci coinvolge.

Parlo dell’equinozio di primavera. La parola, che sempre è espressione dell’essenza stessa di ciò che vuole raffigurare e trasmettere, ci dice che equinozio è “notte uguale  di primavera, vale a dire della “prima- verità”-

Questo evento, come è noto, è una condizione astronomica nella interdipendenza cosmica tra Sole e Terra nel movimento di rivoluzione che il nostro Pianeta compie intorno alla stella  Sole. Ma non mi dilungo sugli aspetti di geografia astronomica, approfondimento che ognuno può soddisfare con i servigi della rete web.

Ho piacere, piuttosto, a concedermi qualche riflessionedi carattere esoterico sull’argomento; dove per “esoterico” intendo, in stretto senso etimologico: “da dentro”, dunque il senso profondo, spesso sconosciuto delle cose, sia umane che della natura.

L’equinozio di Primavera segna dunque il momento dell’unione in un simbolismo cosmico, legato al risveglio della Natura dopo il riposo dell’inverno. In questo giorno venivano accesi, già nelle più diverse culture e civiltà, fuochi propiziatori e beneauguranti per un verso allo scopo di allontanare gli spiriti negativi da sempre associati al concetto di buio (e l’inverno, purtroppo, è buio e lungo) e dall’altro per infondere nel cuore il calore della passione e della vita così come la natura esprime con il ritorno del sole dei colori e della luce.

Non a caso, infatti, l’Equinozio è celebrato nel punto intermedio nel ciclo delle stagioni  tra inverno ed estate  – quello di primavera – così come tra estate ed inverno –quello di autunno – quasi a significare che le forze del giorno e della notte, del Bene e del Male, della vita e della morte sono in perfetto equilibrio e da questo equilibrio, per un attimo statico, riprende la forza vitale della crescita e della creatività; tutto rispondente, sempre, ad una armonia che la Natura sola sa governare.

A livello spirituale inizia con L’Equinozio di Primavera la preparazione per la grande purificazione il cui scopo più alto è quello di smussare gli angoli del dolore incoscio legato ai ricordi  e quegli schemi pietrificati che ci bloccano nel dolore; la spinta vitale, propria della primavera, ci aiuta a rinnovarci, a costruire nuove dimensioni materiali e spirituali, a sperimentare percorsi nuovi, rinnovato entusiasmo di vivere.

Osserviamoci: quando stiamo bene con noi stessi, quando abbiamo un progetto che sta per avviarsi si vive con grande ottimismo e positività e si tende a trasmettere questa condizione interiore anche a chi ci avvicina, chiunque egli sia, familiare, amico, conoscente o persona incontrata per caso. La liberazione dal dolore inconscio riduce gli schemi di chiusura, di eccessiva difesa, di mancanza di socialità e permette di stringere legami  più saldi e significanti, ci rende di fatto più disponibili con il mondo intero.

Nel simbolismo dell’Equinozio questo aprirsi agli altri passa per una delle porte più facili, quella dell’amore però, è facile solo a prima vista, perché la necessità di accettare gli altri e farsi accettare non è passo semplice significa, infatti, lavorare per confrontarsi con se stesso e con gli altri; aprirsi alla tolleranza e alla prossimità intesa come accettazione del diverso cogliendono, tra l’altro, la dimensione di arricchimento spirituale che ne proviene. Per concludere, dedicate, il prossimo 21 marzo, un pensiero a questo fenomeno astronomico e riportatelo ai tanti fenomeni interiori che sicuramente sperimentate e ancor più potreste sperimentare: il vostro Maestro interiore è già qui. 

La seduzione di Cristo

di Brunilde

La seduzione è una caratteristica della specie, è insita in ogni essere umano. (anche gli animali inferiori, però, hanno comportamenti seduttivi, legati alla riproduzione) Ciascuno di noi ha capacità di sedurre per il solo fatto di avere capacità comunicativa.

Con questa premessa mi sono chiesta se Cristo non sia stato e non sia, in definitiva, il più grande seduttore di ogni tempo.

Componenti della seduzione umana sono non tanto o non solo, alcune caratteristiche fisiche: sembianze gradevoli, voce suadente, occhi penetranti, mani avvolgenti, quanto, soprattutto, delle capacità intangibili come, ad esempio, ciò che si dice, il come lo si dice, elementi, cioè, propri della comunicazione .

Riflettevo, qualche giorno fa, sulla seduzione (ho avviato la traduzione di “Seducciò” piccola monografia di Francesco Torralba, filosofo catalano), quando, stamattina, nel leggere l’omelia del Vescovo Antonio Riboldi, ho incrociato le parole di Papa Francesco: “ chi conosce Gesù, chi lo incontra personalmente, rimane affascinato…”

Ma cosa unisce il fascino e la seduzione ?

“sedurre” dal latino se-ducere significa letteralmente condurre a sé. “affascinato” è la condizione di richiamo interiore determinata da qualcosa o qualcuno capace di attrarre a sé. Sostanzialmente dunque, i due termini sono speculari. C’è qualcuno che attira a sé e qualcuno che è preso da questa attrazione.

A questo punto, mettendo da parte ogni considerazione di Fede e analizzare, attraverso le scritture, quanto Cristo sia stato e sia seducente, affascinante, diventa molto semplice. Vi sono pagine del Vangelo dallo straordinario potere seduttivo. Mi permetto di coglierne alcuni momenti prendendo in esame il Vangelo di Giovanni (quello peraltro più filosofico dei quattro).

Parto dall’incontro di Cristo con la Samaritana, al pozzo di Giacobbe (Gv. 4,2)

L’Evangelista descrive il contesto ma il dialogo tra Gesù e la Samaritana inizia in modo diretto e conciso:

”Dammi da bere” dice il Cristo.  “ Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me che sono Samaritana” è la prima risposta della donna. E Gesù: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice “dammi da bere” tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva” “Sei forse tu più grande del nostro padre Giacobbe che ci diede questo pozzo? “   E Gesù: “Chiunque beve di questa acqua avrà di nuovo sete, ma chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua viva” “Signore, –disse la donna – dammi di questa acqua, perché non abbia più sete e non debba venire ancora al pozzo per attingere acqua” Le disse: “Va a chiamare tuo marito e poi torna qui” E la donna: “Non ho marito” E Gesù: “Hai detto bene: non ho marito. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito” “Signore –replicò la donna – Vedo che tu sei un profeta”.  Il dialogo si snoda sulla questione essenziale del “come” adorare Dio ma “la fascinazione” è ormai avvenuta: la Samaritana esterna la sua fede nell’arrivo del Messia  ma Cristo può chiudere l’incontro con la Verità ultima: “sono io che ti parlo”.

Ora ditemi: non vi incuriosisce l’uomo che, arrivato al pozzo vi dicesse: “dammi da bere” senza dirvi chi egli è, senza particolari aggettivi di cortesia, dandovi solo la sensazione che fosse lì ad aspettarvi proprio per chiedervi da bere?

E se alla vostra domanda: come mai vi chiede da bere, egli non vi rispondesse a tono ma spostasse la risposta su altri fronti, voi non avvertireste che una calamita vi conduce irresistibilmente verso di lui ? Il potere di seduzione di Cristo si snoda tra mistero e dati di fatto: “l’acqua che io ti darei diventerebbe sorgente di acqua viva” e poi: “”hai detto bene, non hai marito, ne hai avuto cinque e quello attuale non è tuo marito” A questo punto l’opera di seduzione non ha più scampo e l’obiettivo finale, quello di condurre a sé la donna, non ha più ostacoli.

Ditemi se c’è un dialogo più seducente di questo: il ritmo, l’incisività e la concisione del procedere, la schiettezza di contenuto, nella consapevolezza di ciò che Cristo sa di essere, sono esemplari per definire la seduzione.

La Samaritana è sedotta, ma non abbandonata: quell’incontro sarà per lei l’inizio di nuova vita e di convinta testimonianza.

Il dialogo tra Cristo e la Samaritana è il paradigma ideale, ma opposto, dell’idea stereotipata che abbiamo del sedurre. Letteratura, scrittori e poeti di ogni estrazione, non so perché, hanno declamato più spesso la seduzione come arte diabolica e peccaminosa che non la seduzione come arte per condurre al bene.

Cristo seduce. Lo fa quando parla andando dritto al cuore delle situazioni, lo fa quando non parla ma lascia che l’altro parli con i gesti più che con le parole. Pensate all’intimo abbandono del suo concedersi alle tenerezze della Maddalena. Qui sembra che sia Lui ad essere sedotto ma sappiamo che è Maddalena ad essere conquistata da quello strano Figlio dell’uomo.

La forza seduttiva del Cristo è in questo: Egli non seduce per egocentrico narcisismo, non attrae a sé per alimentare la sua bassa autostima. Cristo seduce per condurre al Padre attraverso Sé.

Equinozio di autunno

di Brunilde

Nella notte tra il 22 il 23 settembre, alle ore 2.29, si è verificato quel fenomeno a tutti noto come Equinozio di Autunno.  Per una frazione di tempo siamo rimasti come  “sospesi” nella perfetta uguaglianza tra giorno e notte, tra luce e tenebre.

Da quel momento, stiamo scivolando verso la vittoria del buio: la luce sarà lentamente sopraffatta dalle tenebre sino al prossimo Solstizio d’Inverno  quando, il Sole invitto, prevarrà sulle tenebre. Questo lento precipitare del Sole generò, all’inizio del tempo, l’idea che forze cosmiche e invisibili  governassero, silenti, il mondo fenomenico. L’equinozio di Autunno, dunque, ha riferimenti con la presa di coscienza del mondo invisibile ed occulto, parallelo a quello, visibile e tangibile, delle forze che lo governano.

Il Mondo dei morti si palesa alla coscienza umana ma il succedersi ritmico e perenne di Vita e Morte accende nella mente e nel cuore dell’uomo la Speranza di un “ oltre”. 

Mircea Eliade, noto storico delle religioni, ha una intuizione superba: “Le più importanti sintesi mentali –afferma – scaturirono dalla rivelazione di questa ritmicità”.

Ed è nella mistica del ritmo dei cicli della natura che possiamo agganciare l’ottimismo soteriologico (soteriologia: dottrina della salvezza, ,da Treccani , ndr) di quelle religioni salvifiche che hanno in sé la promessa di un al di là. 

Come il seme, nascosto nella terra, muore e rinasce, rigoglioso e forte, al suo tempo giusto, così l’uomo, microcosmo speculare del macrocosmo, può sperare di risorgere a nuova vita morendo a se stesso, ogni giorno.

Morte e rinascita, infatti, non è in un fideistico “mondo a venire” ma nel qui ed ora del nostro discernere ed agire quotidiano. Così come l’Equinozio di Primavera risveglia alla prima e nuova verità, per crescere e fortificarsi nello zenit del Solstizio d’Estate, l’Equinozio di Autunno, nonostante l’annuncio della sera, richiama al coraggio, alla sconfitta della paura, che pure cresce con l’aumentare delle tenebre. L’iconografia ebraico-cristiana consegna all’Arcangelo Michele, simbolo della forza interiore, il compito di accompagnare l’uomo nell’attraversamento dell’abisso e ricominciare. L’Equinozio di Autunno, dunque, è soprattutto momento di meditazione, di bilanci (lo Zodiaco conferma questo assunto con la costellazione della Bilancia in cui cade, appunto, l’Equinozio) di ringraziamento e di raccolta dei frutti coltivati.  Ma è anche momento di consapevolezza che, non sempre ci sarà dato raccogliere i frutti di quanto abbiamo seminato. L’accettazione dei frutti ci insegna ad accogliere quello che la terra offre, imparando a godere di quello che dà senza rimpianti o risentimenti,  per quello che non abbiamo avuto.  Questo ci richiede altresì un atto di purificazione per disporci alla trasformazione interiore; ed è ancora la natura che ci aiuta a conformare l’interiore con l’esteriore: l’Autunno è, come sperimentiamo ciclicamente, il tempo delle acque, l’Ovest cardinale, il punto di silenzio per ascoltare il Maestro interiore, unico e vero Giudice delle nostre azioni.  Erasmo da Rotterdam, nel suo “Elogio della pazzia” invita a condire la vita con un “pizzico” di follia che non è l’errare insensato e sconsiderato di chi opera senza discernimento ma è la capacità di pensare ed agire con la propria intelligenza, con quella intelligenza del cuore che il Salmista riconosce al saggio Salomone.

Dove sta, dunque, la verità?

In ciò che la Coscienza illuminata riconosce come giusto, mi sento di rispondere.

E cosa è giusto? mi si può ancora chiedere. 

E’ giusto, e su questo credo siamo tutti concordi, ciò che facciamo agli altri con purezza di intenti ed umiltà di spirito, sperando che, allo stesso modo, sia fatto a noi.