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Lo scienziato geniale a un passo dalla verità

di Gianluca Spera

Ettore Majorana era un genio indiscusso della fisica secondo l’autorevole considerazione di Fermi. Non aveva nulla da invidiare a Galileo o Newton, giusto per citare i più grandi. Il 26 marzo del 1938, dell’allora trentunenne fisico siciliano si persero le tracce durante il viaggio in traghetto che da Palermo lo stava riportando a Napoli. Per la verità, Majorana, il giorno precedente, aveva spedito due lettere al Direttore dell’Istituto di Fisica preannunciando la sua scomparsa.  A stretto giro, a rettifica di quanto comunicato in precedenza, gli aveva inviato un telegramma e una successiva lettera pregandolo di non tener conto delle precedenti comunicazioni. All’epoca, le autorità chiamate ad indagare sul caso seguirono la pista del suicidio. Era sembrata l’ipotesi più plausibile e quella più digeribile.

Al contrario, Sciascia, andando come sempre al di là delle apparenze, rifuggendo le soluzioni scontate e le versioni ufficiali, è riuscito a costruire un’impeccabile indagine letteraria, combinando un rigoroso stile giornalistico con la cronaca romanzata. Oggi, la tesi del libro, cioè quella che Majorana si sia ritirato in un convento spaventato dagli sviluppi degli studi sull’energia atomica di cui percepiva l’estrema pericolosità, viene messa in discussione dalle conclusioni a cui è giunta la Procura di Roma. Secondo i magistrati, il fisico catanese, tra il 1955 e il 1959, era vivo e si trovava in Venezuela. La prova regina sarebbe una fotografia da cui risulterebbe la perfetta sovrapponibilità tra i tratti somatici di un immigrato italiano, che di cognome faceva Bini, e dello stesso Majorana.

Secondo la Procura, che ha archiviato l’inchiesta aperta nel 2011, scartata l’ipotesi del decesso, omicidio o suicidio che fosse, e dell’esilio volontario in convento, Bini era Majorana e Majorana era Bini. Insomma, più che un Dottor Jekyll e Mr. Hide, saremmo di fronte a una sorta di sdoppiamento pirandelliano, tipo Mattia Pascal/Adriano Meis. Anche se, a ben pensarci, la vera intenzione di Majorana non era quella di cambiare identità bensì quella di rendersi invisibile. Lo scienziato cresciuto in Via Panisperna desiderava scomparire dalla circolazione come aveva meticolosamente progettato da tempo. In questo, somigliava di più al personaggio di “Uno, nessuno e centomila” in cerca di definitiva solitudine.

Il fardello delle scoperte scientifiche lo aveva spinto all’isolamento, si sentiva estraneo a se stesso e doveva scappare da quella figura ormai ingombrante di scienziato. D’altronde, l’ipotesi del suicidio è stata sempre la meno accreditata. Majorana, prima di scomparire, aveva portato con sé il passaporto e un mucchio di soldi, oggetti di cui evidentemente non si curerebbe chi è prossimo a togliersi la vita.

«Vivere contro un muro, è vita da cani. Ebbene, gli uomini della mia generazione e di quella che entra oggi nelle fabbriche e nelle facoltà, hanno vissuto e vivono sempre più come cani. Grazie alla scienza, grazie soprattutto alla scienza»Probabilmente la spiegazione della scelta di Majorana è contenuta nelle parole di Alberto Camus che Sciascia aveva citato in suo articolo su “La Stampa”, pubblicato in anticipo rispetto all’uscita del libro. Forse, lo scienziato siciliano aveva intuito il pericolo prima di tutti.

Da visionario, aveva deciso di non essere complice di quell’abominio. Di non contribuire in nessun modo al successivo utilizzo della bomba atomica durante la seconda guerra mondiale. Di non essere ricordato come il teorico della distruzione. «La scienza, come la poesia, si sa che sta a un passo dalla follia». E Majorana era a un passo dalla verità.

gianlucaspera@co-media.it

Il crollo dell’Occidente e l’ascesa dell’Islam moderato

di Gianluca Spera

Michel Houellebecq non è Charlie Hebdo. Così come “Sottomissione” non è un capolavoro della letteratura moderna ma è un romanzo ruffiano che, al netto di qualche caduta di tono (e di stile), contiene concetti importanti e stimola qualche riflessione sullo stato di salute della civiltà occidentale, sganciata dalle unanimi suggestioni che, in una sorta di ipnosi collettiva, sono seguite all’orrore degli attentanti di Parigi di inizio anno.

A differenza delle vignette irriverenti di Charlie, il romanzo di Houellebecq penetra nel tessuto dell’islam moderato nel momento in cui decide di misurarsi nell’agone politico, lo presenta come qualcosa di differente da quello che si è sempre immaginato, non accusa o censura ma prova a comprendere, a incorporarsi in una realtà che molto spesso suscita diffidenza e ostilità. Il leader dei “Fratelli Musulmani”,  Mohammed Ben Abbes, che nel libro conduce il suo schieramento alla vittoria delle elezioni e al governo della Francia, appare come un uomo politico equilibrato, a suo modo un innovatore, la cui intenzione è quella di costruire un’Europa moderna e umanista, non certo confessionale.

Infatti, l’indice dello scrittore francese è puntato altrove, contro certi meccanismi del mondo occidentale, in particolare la scarsa lungimiranza che, in Francia, hanno dimostrato tanti leader laici, permettendo, in questa immaginifica ricostruzione, all’islam di insinuarsi in spazi e territori lasciati liberi, avamposti abbandonati anche dalla religione cattolica.

Tuttavia, l’ascesa al potere del blocco musulmano non è vissuta con timore, non desta allarme, solo un po’ di improvvisa curiosità o comprensibile diffidenza iniziale. Come ogni cambiamento implica delle trasformazioni, meno traumatiche, però, di quello che si sarebbe potuto prevedere. E allora la sottomissione, prefigurata da Houellebecq, a un nuovo ordine fantapolitico, che non è né orwelliano né assimilabile al mondo di Huxley, non è imposta, bensì accettata per ignavia prima ancora che per incapacità di opporvisi.

Su tutto il racconto aleggia il senso di annoiata frustrazione del protagonista, il professor François, che, nonostante la solidissima posizione economica, un privilegio nella realtà contemporanea, si divide tra malinconici incontri sessuali e la sua  incapacità di orientarsi nella vita, di trovare bussola e obiettivi concreti. C’è dentro di lui la stessa assenza di ideali ed entusiasmo che affligge l’Europa o la Francia.  La medesima mancanza di prospettiva. Le parti più interessanti del libro, invece, sono quelle meno romanzate e più assimilabili al genere saggistico:  quella in cui il professore illustra i suoi studi su Huysman o quella nella quale prova a interpretare Maometto attraverso Nietzsche.

Al termine della lettura, non si resta né estasiati né delusi, solamente ci si accorge del grave abbaglio che provocano le semplificazioni giornalistiche.  Se cercate delle critiche feroci verso la religione musulmana o l’estremismo islamico non le troverete nell’opera di Houellebecq che si limita a descrivere una Francia futuribile non per spaventare i lettori ma per dimostrare, dal suo punto di vista, dove l’Europa sta fallendo. Se vi aspettavate di leggere il nuovo “1984” resterete irrimediabilmente delusi. Insomma, Houellebecq forse non merita un encomio per questo romanzo ma nemmeno l’ingenerosa stroncatura del Baricco di turno.

gianlucaspera@co-media.it

Il popolo che sa rimandare le lacrime

di Gianluca Spera

Ci sono luoghi in cui le profonde ferite del recente passato non si sono ancora cicatrizzate, continuano a grondare sangue. Il ricordo dell’orrore è ancora vivo e le colpe non sono state ancora espiate. Proprio per questo, l’anima argentina è estremamente complessa, conosce la resa ma pure la reazione, le sconfitte che si trasformano in occasioni di rivincita, l’ostinazione di sopravvivere alle disgrazie, alle dittature e alle guerre che ne hanno mortificato l’orgoglio.

Il libroDio si è fermato a Buenos Aires(pagg. 176, Edizioni Laterza) di Marco Marsullo e Paolo Piccirillo è un racconto in presa diretta che si dipana sulle macerie della storia, alternando momenti scanzonati ad altri di capillare ricostruzione degli avvenimenti.  Si parte dalla vicenda di uno dei migliaia di argentini in cerca di identità, figlio di una desaparecida, strappato ai propri genitori naturali e trapiantato in una famiglia di militari, che, in Argentina, oltre alla democrazia, hanno rubato pure le origini e i diritti più elementari.

Quella di Videla, infatti, è stata una delle dittature più sadiche del Novecento che ha, prima, inventato e applicato metodi di tortura brutali e poi provveduto alla radicale eliminazione di chiunque fosse solo sospettato di essere un nemico del regime. I “voli della morte” restano il marchio di infamia di quell’assurdo delirio repressivo. Le “Abuelas de Plaza de Mayo” non si arrendono, reclamano i nipoti, vogliono conoscere il destino di tanti neonati separati con crudeltà dal grembo delle proprie madri, pretendono che il mondo non dimentichi.

Horacio Verbitsky, per esempio, ha ricostruito capillarmente le tappe di quello scempio,  ha raccolto la testimonianza di un aguzzino dell’ESMA, la scuola di formazione per gli ufficiali della marina trasformatasi nel centro di detenzione illegale durante gli anni tragici della dittatura, ed ha spalancato gli occhi dei suoi connazionali, ha scovato gli insospettabili connivenze di cui ha goduto il regime, ha aperto uno squarcio nel muro d’omertà.

Ma i conti non sono ancora chiusi. Le cifre sono spaventose, però approssimative. Si cercano con abnegazione tracce dei condannati a morte e all’oblio, per la cinica paranoia e l’ottusa violenza di uomini politici e gerarchie militari assetate di sangue innocente e potere effimero, dissoltosi ingloriosamente con la disfatta bellica alle Isole Malvinas/Falkland.

L’Argentina è tutto questo e molto altro. Buenos Aires è la capitale del tango, è la casa di Diego Armando Maradona, il teatro del derby tra gli acerrimi rivali del Boca Juniors e del River Plate. E soprattutto è grande letteratura, da Borges a  Cortázar, da Rodolfo Walsh a Roberto Arlt, che esprime un’originale visione della vita, una filosofia tutta sudamericana per non soccombere ai disastri.

Gli argentini hanno imparato che non basta sfiorare la vittoria per vincere. Javier Mascherano, indomito centrocampista della Nazionale vice campione del mondo, non appena tornato in patria dopo la sconfitta del Maracana contro i tedeschi, ha detto che la squadra aveva giustamente perso la finale ma l’Argentina avrebbe meritato il successo. Forse, per le sapienti doti di condottiero dimostrate, lo hanno soprannominato “El jefecito” (il piccolo capo).  Senza vittimismi o recriminazioni di sorta, è questa l’immagine moderna di un popolo che vuole risollevarsi, sconfitto ma mai vinto, ferito ma sopravvissuto. Un popolo, che se perde, “rimanda le lacrime a domani”.

Rinaldi: I Campi Flegrei? Mistero e fascino

Gianluca Spera

Napoli, con la sua innata bellezza e quell’intrinseco alone di mistero che l’avvolge, è diventato il palcoscenico ideale dove dar vita a trame intriganti che spesso sfociano in sanguinosi delitti e intricate indagini.

Patrizia Rinaldi, autrice della serie gialla che vede come protagonista Blanca, ragazza ipovedente, che ha particolare fiuto nel risolvere enigmi e scovare assassini, è stata una delle protagoniste dell’evento “Giallo di Napoli”.

Ha accompagnato la scrittrice tedesca Andrea Maria Schenkel in un suggestivo percorso letterario durante il quale le ha mostrato le ferite, le cicatrici, le contraddizioni ma anche gli scenari mozzafiato che solo luoghi come Palazzo Donn’Anna, il Parco Virgiliano e Bagnoli possono regalare a un visitatore occasionale.

Tra una presentazione e l’altra del suo nuovo romanzo “Rosso Caldo” (E/O edizioni, pagg. 196), Patrizia Rinaldi ci ha concesso una breve chiacchierata sulla città, la letteratura e la scrittura, vissuta come un’impellente necessità, qualcosa a cui non si può rinunciare.

Napoli è una realtà complessa: quale genere letterario la potrebbe descrivere meglio? Il giallo o il noir?

Non preferisco le codificazioni precise; Napoli raccoglie un insieme di città differenti leggo con piacere mescolanza di generi.

Nei tuoi romanzi prevale l’ambientazione in posti insoliti, lontani dalla ridondante oleografia letteraria. Qual è il motivo di questa scelta?

Ambiento la serie di Blanca nei Campi Flegrei, con escursioni in altre parti di Napoli e in altre città.  La periferia che racconto porta con sé inquietudine storica, passato industriale, bellezza archeologica e naturale ferite e caldere. I Campi Flegrei sono luoghi misteriosi e affascinanti, quindi particolarmente adatti al noir.

La tua scrittura è estremamente ricercata, riesce a fondere un perfetto italiano con espressioni proprie della lingua partenopea. Quali sono i tuoi riferimenti letterari? C’è qualche autore che ti ha ispirato?

Grazie. Cerco linguaggi diversi, possibilmente non incagliati né nella contemporaneità né nel passato. I riferimenti letterari vicini alla mia terra sono bellissimi, ingombranti e spesso vanno traditi. Sono attratta dalla crudeltà innocente e quindi cito un’autrice per tutti: Silvina Ocampo.   

In una fase di crisi acuta di tutto il sistema editoriale, intravedi delle soluzioni pratiche che nel breve periodo possono rilanciare il mercato?

Non sono un’editrice, ma auguro abbandono della nostalgia e cura di scelte.

Trovi utili i premi letterari per scovare nuovi talenti?

Sì, se sono seri e non hanno risultati previsti. Ho cominciato a pubblicare grazie a un concorso letterario.

In questo contesto, come si inseriscono i tanti laboratori di scrittura che sono nati negli ultimi tempi?

Anche qua: i laboratori seri sono utili, utilissimi, gli altri vanno evitati con cura.

Continuerà la serie di Blanca? Ci sarà una trasposizione cinematografica?

Spero di sì.

Per chiudere, quale consigli ti sentiresti di dare a un aspirante scrittore?

Capire se non si può fare a meno di scrivere, altrimenti cambiare strada.  Anni fa, alla Fiera di Bologna, feci una fila lunghissima per parlare con Fulvia Serra. Ricordo e ricorderò il dialogo con lei.

Se ti dicessi che la tua scrittura è brutta?

Continuerei perché non posso farne a meno…

Forse hai qualche speranza.

gianlucaspera@co-media.it

De Francesco: così fermiamo i funerali delle librerie

di Gianluca Spera

Si può continuare a scrivere storie e pubblicare libri senza necessariamente impegolarsi nelle solite trame post-Gomorra, nel conformismo del giallo manieristico o in formule ridondanti, usate e abusate. Max De Francesco ha scelto di essere un editore atipico che bada al contenuto come alla forma, che predilige un certo tipo di scrittura, capace di esaltare il potere suggestivo delle parole. E’ questo il modo per sopravvivere alla difficile congiuntura attuale, sospesa tra lo stallo politico-amministrativo e la poco metaforica trasformazione delle librerie in friggitorie, nella quale esiste il concreto pericolo di relegare definitivamente la letteratura a prodotto di nicchia, con inevitabile estinzione di autori e creatività. Come sta succedendo a Napoli dove la cultura arretra e la città sta subendo, senza reagire, una nuova forma di “occupazione” commerciale. 

Che momento sta attraversando la città di Napoli?

Napoli, la sua storia ne è testimone, non attraversa momenti perché è ferma. Non procede perché è immobile nella sua bellezza e nella sua arretratezza. Non possiede il talento dell’evoluzione, né tanto meno quello della rivoluzione: è città ancorata a riti antichi e liturgie remote. Questo può piacere a chi passa, l’assaggia e poi va via, ma per chi è rimasto qui a vivere e sopravvivere, la città è foresta caotica e inabitabile. Gli accadimenti tragici degli ultimi tempi come la morte di Salvatore Giordano provocata da un evitabile crollo di un cornicione, le speranze disattese di rilancio a causa dell’ignobile affaire Bagnoli, del piccino Forum della Culture e della sparizione del grande progetto di recupero del Centro Storico, lo svuotamento culturale e sociale delle vie con la chiusura di librerie e negozi storici, la diffusione di una gomorra minorile, al di fuori dei clan, molto più pericolosa perché spietata e senza codici d’onore, la visibile assenza della cura del corpo di Napoli, hanno trascinato la città in quel cantuccio del disincanto che, per certi versi, è la sala d’aspetto prima della resa. Una diagnosi novecentesca di Scarfoglio sullo stato d’animo di Napoli appare oggi d’attualità estrema soprattutto quando parlava di «una città stanca, di quella stanchezza che non precede rabbia e voglia di cambiare le cose. Che è stanca piuttosto di attendere che passi la nottata».

La vicenda giudiziaria del sindaco De Magistris sta pesantemente condizionando l’attività amministrativa che vive una fase di stallo, tra crolli e violenza urbana. Che idea te ne sei fatto?

Teniamo separati i due campi. Quello giudiziario e quello amministrativo. Già prima della “sospensione”, l’attività governativa dell’ex magistrato e dei suoi sodali è da giudicarsi disastrosa. L’applicazione della legge Severino non ha fatto altro che ridare brio mediatico a un primo cittadino, già “sospeso” dalla città, che costruirà la sua probabile sfida elettorale alle prossime elezioni a sindaco, vestendo i panni della vittima e del “nemico pubblico” dei poteri forti. Appartengo a quella parte di Napoli che ha sempre combattuto le operazioni di facciata del rivoluzionario con la bandana e l’ho fatto quando in molti, invece, ne esaltavano il movimentismo e il linguaggio di rottura. Dopo gli anni bui della Iervolino, che fino alla fine dei suoi mandati è stata complice dell’inquietante nume tutelare Bassolino, de Magistris è apparso sullo scenario politico non come il nuovo, ma come il “diverso”, conquistando con una campagna aggressiva e “grillina” il voto dei giovanissimi. In più, in quella tornata elettorale giocarono a suo favore varie circostanze ed eventi come la scelta del Pd di candidare l’inconsistente Morcone, l’opportunismo di Pasquino di sostenerlo al ballottaggio in cambio di una cadrega e il crollo di consensi di Berlusconi che sfavorì il candidato di centrodestra Lettieri alle prese anche l’ingombrante figura di Cosentino e gli attacchi violenti provenienti da un’ostile fazione di imprenditori “antagonisti” guidati da Antonio D’Amato. Ormai è storia passata: quel “diverso” si è rivelato un inetto. Una meteora.

Intanto la situazione ha qualcosa di grottesco e drammatico allo stesso tempo…

Di grottesco c’è il nuovo mestiere di de Magistris, autoproclamatosi “sindaco di strada”, che non è nient’altro che farsi vedere interessato alla vita della comunità, testimoniando i suoi tour, ben preparati prima, con selfie e video. La drammaticità in questa strategia di comunicazione è che ormai l’ex magistrato dà l’impressione di non vivere più Napoli. Della città non conosce né la bellezza estrema né la spietatezza improvvisa. Come i trenini di Jep Gambardella, le sue azioni non portano da nessuna parte. O meglio, in questi tre anni sono riuscite, in tempo record, a tramutare una grande speranza in grande tristezza. In questa decadenza, c’è da dire, è riuscito a conservare il senso della platea e l’ebbrezza di aggiustarsi i capelli in diretta tv. Alla fine, però, i crolli vengono al pettine. 

In questo contesto, la cultura occupa sempre un posto meno rilevante. La chiusura della storica libreria di Port’Alba è il segnale della progressiva perdita d’identità di determinati luoghi?

Il decadimento di una città si misura dalle sue vie. Prendiamone una a caso e, oltre a soffermarci su buche, sporcizia, assenza di verde, invasione di abusivi, decoro architettonico, guardiamo cosa offre commercialmente e socialmente. Se, in un batter d’anni, Napoli ha strade sempre più occupate da patatinerie, centri scommesse, outlet “compri e fuggi”, c’è da domandarsi se non sia il caso di difendere i presìdi culturali e di inaugurarne altri. Nessuna crociata contro il fritto e la “bolletta”, ma ci chiediamo perché non puntare, attraverso un patto tra istituzioni, editori, librai, associazioni civiche, all’apertura di nuove librerie, a dimensione di lettore, nelle vie “occupate” della città. Con il mio giornale Chiaia Magazine abbiamo lanciato in questi giorni la campagna in difesa del libro e della lettura dal titolo “Più librerie e meno pensiero fritto”. Un’iniziativa che prevede la distribuzione nei centri di aggregazione di adesivi “di pensiero” (il primo della serie ha un libro che schiaccia delle patatine), incontri sul futuro dell’editoria, la realizzazione di un cortometraggio dal titolo “La rivolta dei libri” e altre idee che sono in fase di sviluppo. Ai funerali delle librerie e della cultura napoletana le istituzioni erano assenti. La non presenza, infondo, è giustificabile: perché presentarsi al rito funebre se non si è fatto nulla per evitarlo? Perché partecipare se è totalmente mancata una strategia in difesa del libro e della sua filiera? La chiusura della libreria Loffredo al Vomero è stata l’ultima dimostrazione di quanto sto dicendo.

Quant’è complicato oggi fare editoria a Napoli e in un contesto distratto come quello nazionale?

Dipende che editoria si vuole fare. Io parlo per me e intendo l’editoria come un genere letterario, un viaggio creativo che va fatto insieme all’autore, ai grafici, all’editor, al tipografo. Un viaggio pieno di dubbi, affascinante, rischioso, stimolante e, per chi considera il libro solo un oggetto, non sempre comprensibile. Le complicazioni di questa attività prestigiosa e culturale non nascono dal luogo dove si compie ma da che obiettivi e mete si vogliono raggiungere. Per quanto mi riguarda, non vivendo di contributi pubblici e pubblicando solo ciò che mi piace, con il mio gruppo puntiamo sempre a una programmazione annuale di 10-12 libri, opere che poi, con grande fatica e grande passione cerchiamo di promuovere nel miglior modo possibile. Certamente, l’esperienza mi ha insegnato che il successo di un libro è determinato da un’alleanza tra editore e autore. Se uno dei due latita, il libro rischia di rimanere in deposito.

Quali sono le storie che possono e debbono essere ancora raccontate? Quali gli autori che meritano pubblicazione e lettori?

Per la narrativa qualsiasi storia che abbia una buona dose di realismo magico, personaggi credibili e sorprendenti e un autore che sappia raccontarla con scrittura evocativa e una convincente brevità.  Per la saggistica, settore sul quale credo fortemente, mi piacciono quei lavori che oltre all’originalità dello spunto offrono una documentazione rigorosa e una scrittura col talento della chiarezza.

Cosa ti colpisce di più in un autore? Le trame, il linguaggio o il modo di fondere storie e scrittura?

Per me la scrittura viene prima di ogni altra cosa. E’ la premessa necessaria per costruire un libro che resiste nel tempo. Un buona storia se sviluppata senza guizzi e amore per la parola perde la sua luce. Non amo gli autori “di trama” ma quelli che scrivono libri destinati ad essere riaperti, che riescono a tracciare percorsi onirici senza perdersi in onanismi e deliri, che non mi propongono storie di commissari o di camorristi, che sono capaci di narrare la memoria attraverso immagini determinate, a manipolare con arguzia il mito e, parafrasando un libro di Heine, a richiamare gli dèi dall’esilio.

Credi che la crisi dell’editoria sia irreversibile o ci sono spiragli per una ripresa? Anche le case editrici dovrebbero fare un po’ di autocritica?

Le piccole case editrici che selezionano gli autori, curano ogni minimo particolare delle pubblicazioni, si dedicano tra mille difficoltà a diffondere il proprio catalogo e il proprio stile, non hanno ragione di fare autocritica. Certamente, la crisi della lettura tradizionale non è un mistero: la marginalizzazione dell’oggetto-libro è favorita dal dominio del web, dal potere magico di smartphone e tablet, dalla persistenza della connessione, dall’ideologia dei nativi digitali, allergici alla cultura di carta e alla lettura “lunga” e divoratori d’informazioni “social”, immediatamente condivisibili, fruibili senza impegno. Quarant’anni fa Mimì Rea scriveva: «È molto difficile che il libro si riprenda. Troppe cose congiurano contro di esso: l’automobile, la televisione, il ludismo imperante, il consenso dei tiranni». Congiure col tempo aumentate, eppure quella del libro è una presunta morte: rimane, infatti, una “sacra merce”, per dirla alla Brecht, che ha un mercato e una filiera trafitti dai mutamenti, ma destinati a resistere, e perché no a rinnovarsi, se s’inizia a dargli una visione che non sia “visionaria” ma realistica ed economica. Si cominci allora concretamente con la valorizzazione delle librerie, sostenendo quelle esistenti e creandone di nuove, s’investano soldi per internazionalizzare la produzione degli editori locali, dandogli strumenti e incentivi per una promozione funzionale e a «costi zero», si utilizzino fondi europei non solo per diffondere il valore-libro nelle scuole con una strategia permanente e non con isolate iniziative, ma anche per “formare” realmente, e non con corsi fantasma e cialtroneschi, una nuova figura di libraio che non sia solo addetta alla vendita ma soprattutto alla valorizzazione appassionata della merce. Si lavori, senza perdere tempo, per una Napoli che abbia nelle sue vie più isole letterarie e meno pensiero fritto.

*Max De Francesco, classe ’74, napoletano con solide radici irpine e cilentane. Ha fondato nel 2002 la società di editoria e comunicazione Iuppiter Group. Editore, scrittore, giornalista. Dal 2006 dirige il giornale Chiaia Magazine. Ha pubblicato: “Stupidi Passanti” (Esi, 1997), “Tornasole” (Edizioni del Delfino, 2000), “Un giro di bardo” (Iuppiter Edizioni, 2013). Sta lavorando al nuovo romanzo “L’uomo dei titoli”.