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Delitto di una notte di mezza estate di Gianluca Spera

L’esordio di Gianluca Spera con  il libro “Delitto di una notte di mezza estate”. Nell’intervista realizzata da Renato Tizzano si parla della prima attesa opera dell’avvocato con la passione del Napoli calcio e dei noir. Una bella sfida tutta da leggere.

Ecco l’intervista:

Mercogliano, al via la Rassegna “Libri in Comune”

Parte la rassegna “Libri in Comune” promossa dall’assessorato alla Cultura, Lucia Sbrescia del Comune di Mercogliano nell’ambito del progetto “Mercogliano Lab”. Vario ed interessante il programma della manifestazione che si aprirà il prossimo 28 gennaio con la presentazione del libro “Il bivio – sogni e speranze dei giovani italiani in tempo di crisi” di Angelo Bruscino.

Il programma prevede anche gli incontri con Generoso Picone “Matria. Avellino e l’Irpinia. Un esame di coscienza” in programma l’11 febbraio; Paolo Speranza “Montevergine” il 25 febbraio; Antonio Santoro “Notti di notte” l’11 marzo; Luigi Anzalone “La dea bianca e la comunità intercultura” il 31 marzo; la presentazione del libro “Mi prendo per la gola e… dimagrisco” di Roberti e Prebenna il 7 aprile; la presentazione del libro di Bruno Guerriero “Verso il sole di mezzanotte” il prossimo 21 aprile; Mario Volpe “L’anno del dragone” il 5 maggio; Ciro Borrelli “L’ultima vittoria” il 26 maggio e la presentazione del libro “Morire a Mattmark” di Toni Ricciardi il 9 giugno.

Alla rassegna interverranno con degli spettacoli i musicisti del Mir di Avellino diretti dal Maestro Claudio Ciampa, l’associazione “Euterpe” curata dl maestro Maria Teresa Della Valle, del Coro “Argento Città di Mercogliano” diretto dal maestro Michela Sparano, del “Piccolo Coro stelle Incanto” della città di Mercogliano diretto dal maestro Eliana Massessi e dei volontari del Servizio Civile di Mercogliano.

D’Urso, postpartenopeo paladino della letteratura

di Gianluca Spera

“Un buon libro è sempre un ottimo argomento”

Il mondo di Davide D’Urso è fatto di libri, parole che scorrono sulle pagine bianche, condivisione e letture collettive. Nella doppia veste di libraio e scrittore è una sorta di panda della letteratura, una riserva naturale che sopravvive alle macerie dell’editoria che poi sono le macerie sociali/civili che accompagnano la barbarie dei nostri tempi.

E nonostante tutto dalle sue parole traspare la voglia di resistere, di non arrendersi. Anzi, si mostra decisamente ottimista. Il motivo? Molto semplice: “il numero dei lettori è in costante aumento”. E la forza della buona letteratura consiste proprio nel convincere anche il lettore più recalcitrante.

Si parla tanto di crisi dell’editoria: è un problema di vendita o di interesse per i libri?

È chiaro che se si mostrasse maggiore interesse per i libri, le vendite ne guadagnerebbero di conseguenza. Mi viene in mente un racconto bellissimo di Antonio Franchini, la storia di un personaggio reale, un agente promozionale di una casa editrice che diceva per l’appunto questo: i libri non è che non si vendono oggi, non si sono venduti mai! Pensa, questo racconto è stato pubblicato più di vent’anni fa.

Quale sarebbe il modo migliore per promuovere la lettura in un mondo ipertecnolgico ma anche, culturalmente più avanzato, rispetto a qualche decennio fa?

Probabilmente bisognerebbe concentrare l’attenzione su pochi titoli e investire e sostenere solo quelli. Invece, tentando di venire incontro ai gusti di tutti, tenendo presente che il costo di una pubblicazione è relativamente basso, si tende a pubblicare qualunque cosa; così facendo, però, si è finito per disorientare definitivamente la platea di lettori. E oggi ci ritroviamo librerie zeppe di titoli che hanno una vita brevissima, ammesso che arrivino in libreria.

Non so quale potrebbe essere il modo migliore. Ti dico il mio, semplicemente. Racconto perché è bello leggere. E sono talmente numerose le ragioni per cui vale la pena leggere che alla fine di un incontro ho sempre la sensazione di aver, più che convinto, incuriosito qualche ragazzo. Tanto basta. Ci penserà un buon libro a quel punto a convincerlo definitivamente.

E i bestseller? Tengono in piedi l’editoria o sono una forma di omologazione letteraria?

Sono due profili diversi quelli in discussione. Dal libro di classifica ci si attende sempre, e non ho mai capito il perché, che sia il libro migliore. In verità è semplicemente il più venduto. E questo basta all’editoria; se si rivela anche un libro di qualità, ben venga. Ma sono eccezioni. E non ci trovo nulla di disdicevole. Da quando lavoro in libreria mi sono persuaso che l’editoria si muove parallelamente su due binari che raramente s’incrociano: da un lato la Letteratura, dall’altro i libri d’intrattenimento. La Letteratura è sempre stata per pochi. Oggi quei pochi sono sempre più numerosi. E questo mi sembra un dato favorevole. Da qui a sperare che arrivino ai vertici delle classifiche ce ne passa! Ma sono ottimista. Per una ragione molto semplice…

Finalmente un po’ di ottimismo. Qual è questa ragione?

Il numero di persone che oggi raggiunge una libreria è di gran lunga superiore a trent’anni fa. Naturalmente parliamo di consumatori, poiché, com’era prevedibile, anche in libreria il business è entrato a dettare legge. Va anche detto che questi lettori non avrebbero mai varcato la soglia di una libreria per aggiudicarsi una copia dell’ultimo Bolano, per dire un nome. Ed è solo grazie all’attrattiva esercitata da nomi come il tanto bistrattato Fabio Volo, per esempio, che oggi le librerie sono luoghi frequentatissimi. Una volta stabilita una frequentazione con la libreria spetta a noi librai instaurare un dialogo con questi lettori, senza spocchia. Per orientare verso altri orizzonti le loro letture. Aggiungo anche per esperienza diretta che i lettori più sprovveduti sono anche quelli più umili e ben disposti ad accettare suggerimenti di lettura. Si compie insieme un percorso che può partire da Fabio Volo e può giungere fino a Salinger, mi è capitato spessissimo. Ci vuole tempo, dedizione, e passione, tutto qua.

Circa il pericolo dell’omologazione, ti dico che leggere (quasi a prescindere) è una forma di emancipazione dall’omologazione più prepotente esercitata dai media, dalla televisione in particolare.

Il tuo libro “Tra le macerie” (Gaffi editore) si rivolge sicuramente a un pubblico più maturo. Il protagonista si muove in un contesto precario, dove ci si affanna tanto per ottenere poco o niente come ricompensa. Com’è nata questa storia che strizza l’occhio a La Capria?

È senz’altro un romanzo che affronta temi importanti; si scorgono più o meno tra le righe tante riflessioni di critica letteraria e di certo un pubblico più smaliziato è l’interlocutore privilegiato. Ma, probabilmente anche per l’esperienza maturata in libreria, per i numerosi incontri fatti con centinaia di lettori di ogni età, ho deciso di lavorare sul linguaggio in maniera diversa, tendendo alla semplicità, per abbracciare tutti i lettori; naturalmente anche grazie alla lezione del più grande scrittore italiano vivente, La Capria. Che dice che in superficie deve emergere la grazia, la semplicità, per l’appunto; mentre il lavoro, la battaglia con le parole deve rimanere sott’acqua, com’è nello stile dell’anatra.

Oltre La Capria, quali sono i tuoi modelli di riferimento?

Il Novecento italiano mi ha letteralmente stregato! Sono fermamente convinto che il percorso compiuto dalla nostra Letteratura non abbia nulla da invidiare a quello degli americani, tanto per fare l’esempio più celebrato. Solo che, tornando ancora a un ragionamento fatto da La Capria, la nostra è una nazione di scrittori e non di romanzieri, e questo ha reso più difficile l’afflato con il pubblico dei lettori. Ma l’opera di autori come Tozzi, Palazzeschi, Loria, Comisso, Delfini, D’Arzo, Landolfi, Testori, Bianciardi, Parise, fino ai più recenti e altrettanto straordinari, Celati, Piersanti, Del Giudice, Franchini, è strepitosa.

E stranieri? In tuo racconto, pubblicato nell’antologia “Fuoco su Napoli, c’è un chiaro riferimento allo scrivano Bartleby di Melville..

In quasi tutti i miei scritti si può riconoscere un richiamo, spesso esplicito ad autori letterari presenti o passati. Diciamo che la sensazione di “essere venuto dopo” è sempre presente nel mio lavoro. Credo che l’esasperazione dei media, e del mercato dell’editoria in generale, che nel corso degli anni ha ingigantito oltre misura i meriti di certi nomi del passato, per ragioni a volte squisitamente commerciali, ha senz’altro contribuito a questa condizione. Naturalmente è indubbio che dopo gli anni ’70. gli anni delle sbornie letterarie, ideologiche, intellettuali si sia chiuso un ciclo, che ha lasciato una sorta di vuoto pneumatico. Tutto questo ha finito secondo me per recidere quel filo seppure sottilissimo che lega ogni autore al genuino confronto con la precedente generazione. La conseguenza di questo stato di cose è che alle volte mi sembra che alla mia generazione sia impedito di osare. Perché la critica oggi finisce sempre per considerarti una sorta di epigono di qualcuno, di un gigante: un Golia, finendo per trattarti alla stregua di un Davide. Che nel mio caso, poi, si rivelerebbe vero per più ragioni.

Melville è di sicuro il nome che apre la letteratura dell’800 all’ambiguità del Novecento. Il personaggio di Bartleby ci riguarda più di mille altri personaggi da romanzo. E, a ben vedere, si tratta di una novella. Anche su questo ci sarebbe molto da dire.

A proposito di giganti, Napoli è una città ingombrante, carica di storia, arte e aspettative (a volte deluse). Oggi come si presenta: precaria come il tuo personaggio, ancora simile a quella di “Ferito a morte” che prima t’addormenta e poi t’ammazza o irrimediabilmente lacerata, divisa tra le zone opulente e quelle periferiche, non solo geograficamente?

Il precariato di cui parlo nel romanzo non è solo lavorativo ma è soprattutto esistenziale. Mi sembra che la fotografia più nitida del Contemporaneo sia fondamentalmente questa. Abitiamo un mondo estremamente frammentario che c’impedisce di condividere a livello collettivo le gioie, ma prima ancora i problemi che ci attanagliano. Scendiamo in piazza solo quando c’è qualcosa da festeggiare. Ma il confronto sembra sempre più raro. Se certa Letteratura si sta rivelando ingombrante, una città come Napoli non è da meno. Specialmente perché rappresentata magistralmente da un numero direi entusiasmante di grandi scrittori; ma, ahimè, anche per una presenza imbarazzante di speculatori del racconto della città, dagli editori ai presunti scrittori. Nel mio romanzo, per esempio, a un certo punto prende a piovere. E anche in questo caso i rimandi si sprecano, da I tre operai di Bernari a Malacqua, passando per L’amore molesto; e, a proposito del film omonimo di Martone, anche nella Morte di un matematico napoletano, non si lesina pioggia. Insomma, raccontare questa città si rivela sempre più difficile; c’è sempre il rischio di proporre un ritratto di maniera. Tra le macerie racconta anche questo, il disagio di un autore che si confronta con una sorta di icona pop del contemporaneo: colorata, rumorosa, ingombrante, effimera. Sono diventato mio malgrado un postmoderno al cubo, un postpartenopeo.

A cura di Gianluca Spera

gianlucaspera@co-media.it

Davide D'Urso,

Il più irriverente dei tiri: Pirlo l’unico vero antiBerlusconi

di Gianluca Spera


I libri di Marco Ciriello sono sempre una boccata d’ossigeno nell’attuale panorama letterario, impantanato nel conformismo ideologico e nella mancanza di coraggio editoriale.  Ciriello, con “Il più maldestro dei tiri” (Ad est dell’equatore), omaggio dichiarato al pensiero e all’opera berselliana, fa delle scelte audaci, a cominciare dalla lunghezza dell’opera. “Le case editrici e l’editoria hanno un problema con la brevità, pensano che dire le cose in un solo rigo, sia sbagliato, e non sanno che William Faulkner c’ha provato tutta la vita”. Meglio essere concisi e dir qualcosa piuttosto che subappaltare la scrittura ai ghost writer o riempire d’inchiostro pagine insignificanti. E Ciriello, in queste novantadue pagine, ne dice tante di cose. Costringe a riflettere, a spremere la mente e a rielaborare le informazioni. A partire dall’analisi del ventennio berlusconiano, dal suo declino iniziato a Pasadena con la sconfitta nella finalissima del mondiale a stelle e strisce, passando per la notte da incubo di Istanbul, fino all’uscita di scena ignominiosa tra scandali a luci rosse e inadeguatezza politica. Tutta la vicenda viene filtrata attraverso le punizioni di Pirlo, una sorta di residuato bellico in un’epoca in cui gli epiloghi sembrano sempre già immaginati, già scritti, già raccontati. Pirlo, invece, ha la capacità di far saltare gli schemi, di rompere gli equilibri con un solo tocco, magico e imprevedibile. Roba che, nel calcio, è diventata rarissima, in politica è quasi scomparsa. È talento puro: roba che nemmeno Baricco può insegnare agli aspiranti scrittori.

Ciriello, irriverente e ironico come sempre, pasolinianamente provocatorio, in questo gioco di paradossi alla Flaiano e di rimandi che volutamente disorientano il lettore, schiera giocatori, politici e scrittori, li dissemina con accuratezza tra le pagine del libro, come se stesse sistemando le miniature su un campo di subbuteo, cercando di restituire a ciascuno il suo ruolo e amalgamare la squadra alla maniera di Soriano. Insomma, prova a fare il Sarri. A ricomporre laddove c’era dispersione e confusione, a ristabilire un equilibrio laddove regnava il caos. E il filo sottile che lega tutti gli eventi è l’assist di Pirlo a Baggio in una famosa partita di qualche anno fa, Juventus-Brescia. Pirlo per Baggio e gol del Brescia. Un dialogo tra fuoriclasse, che, tra l’altro, vestivano la casacca “sbagliata”, quella della provinciale che sbaragliava la DC del calcio, in barba al blasone, alle gerarchie e ai compromessi storici e recenti. Quest’asse vincente, però, non è mai esistito nella politica italiana. Se la parabola che disegna Pirlo è vincente, quella su cui s’è mossa la politica da Moro a Berlusconi, è risultata perdente, anacronistica, fallimentare. È mancato il colpo di genio, la mossa a sorpresa che potesse sparigliare gli avvenimenti, ridare un senso alla Nazione. È successo in politica quello che sta avvenendo in campo letterario. “Questa storia per me ha a che fare con lo stupore, penso che i libri debbano contenere questo tipo di sorprese: una cosa che faresti e te la ritrovi scritta, o una cosa che non faresti ma che leggendola vorresti farla o averla fatta”. O una cosa geniale che non ti verrebbe mai in mente e ti sorprende nel leggerla. Che ti fulmina all’improvviso. Come un lancio di cinquanta metri che mette Baggio solo davanti al portiere. 

Gianluca Spera

gianlucaspera@co-media.it