Archivi categoria: Le Foto per Dirlo

Le foto per dirlo. L’eredità necessaria

di Mariateresa Formicola

“E fu qui, adesso che ci penso, che la storia della mia vita ebbe inizio”

(Josè Saramago)

Seduta in terra a gambe incrociate – avrò avuto undici o dodici anni –  me ne stavo ai piedi della mia nonna paterna mentre mi narrava di guerre e soldati e di fughe nei campi, delle inquietudini dell’amore inesorabile,  della bellezza  di amicizie sincere, della sofferenza nei tradimenti subiti, e memorie e segreti di famiglia, soprattutto. Tutto intorno era foderato di silenzio, tanto ero immersa –  così ricordo -.

Ovunque io sia, mi restano nella fotocamera corpi e sguardi di persone adulte; dopo provo a raffigurare i loro volti di adolescenti, i colori primitivi dei capelli,  le movenze leggere, l’incomparabile vita.

Mi hanno raccontato storie più disparate, semplici, serene o tragiche – le  persone qui fotografate –  e quello che ora posso dire è che continuo a nuotare nell’infinito mare dei loro ricordi.

Voglio dedicare questa pubblicazione alla ragazzina curiosa, da tutto affascinata, che ero.Mariateresa Formicola Mariateresa Formicola, Mariateresa Formicola

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Le foto per dirlo. La pausa di Antonio de Bernart

di Mariateresa Formicola

Dopo il precedente contributo “Pezzi di Salento dentro una spigolosa scatoletta di ferro” – postato in questa Rubrica il 26 gennaio 2016,  che vi invito a rivedere –   sono contenta di accogliere la nuova collaborazione dell’irriducibile appassionato di fotografia su pellicola  Antonio de Bernart.

Mi cattura lo stile delle sue proposte a trame difformi e sfumate, e anche stavolta, mentre decide di voler affrontare una pausa di riflessione e di attesa lasciando in stand by cristalli di alogenuri d’argento e altra chimica a favore del sistema digitale di acquisizione delle immagini,  il suo talento dà vita a inquadrature affascinanti dai colori psichedelici, paesaggi dalle linee morbide e ondulate, soggetti fotografici composti da fasci di linee orizzontali e verticali, elementi narrativi messi a fuoco con accorte lunghezze focali (e non è mai cosa semplice calcolare la desiderata profondità di campo), oggetti nitidi per la corretta combinazione di luce naturale e luci artificiali sebbene  lontanissimi dalla posizione dello sguardo e di scatto.

Qui è in bianco e nero solo una foto, che mi sembra necessaria ed essenziale, quella in cui il fotografo si fotografa (ma sì, un buon selfie) apparendo nel silenzio vitale di una sagoma e della sua ombra.

Antonio de Bernart, classe 1980, è nato a Gallipoli, vive a Lecce

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Variabili Casuali. Noi uomini di Gianlucio Telera

di Mariateresa Formicola

Gianlucio Telera è stato già ospite di questa Rubrica lo scorso anno con i paesaggi di ALBA e TRAMONTO; stavolta consegna un gruppo di ritratti casuali, scatti in cui è protagonista “l’individuo”, un soggetto che immancabilmente promette infiniti spunti di ispirazione per i fotografi che sanno comporre l’immagine per tracciare frammenti di vicende personali.

I corpi ed i volti che appaiono nel servizio appartengono alla storia dei luoghi che Gianlucio  frequenta abitualmente, e,  al giudizio dei miei occhi, danno risalto del rapporto affettivo e protettivo che a quei luoghi lo legano. Allora vediamo.

Gialucio Telera è nato e vive a Manfredonia (Fg).

NOI UOMINI 

di Gianlucio Telera

Uomini, donne, bambini e anziani; non conversano, sono pensosi o trasognati, spensierati o affaccendati, sono diffidenti,  vanitosi o semplici, impotenti e sfruttati, sono caparbi.

Ogni altra persona parla di noi; possiamo riconoscerci in quello che siamo stati o che siamo, e in quello che saremo,  ma anche in quello che avremmo voluto o potuto essere.

“Nulla che sia umano mi è estraneo”, diceva Publio Terenzio Afro.

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Le foto per dirlo. Il rifugio

di Mariateresa Formicola

Vi auguro sogni a non finire

La voglia furiosa di realizzarne qualcuno

Vi auguro di amare ciò che si deve amare

E di dimenticare ciò che si deve dimenticare

Vi auguro passioni

Vi auguro silenzi …

(jacques breil)

Andavo lentamente nel silenzio degli stretti vicoli bianchi,  con nessuno in circolazione.

Il caso volle che mi imbattei in  J-C;  mi si offri l’occasione della nascita di una nuova conoscenza, l’invito per una tranquilla e allegra chiacchierata su argomenti di reciproco interesse, al riparo dal sole nella sua graziosa abitazione al mare, che io avevo già notato; dentro, sua madre stirava, bellissima e serena, nel calore di un mattino di giugno.

Passato un mese, sono rientrata in quella casa, in mia esclusiva disponibilità per una settimana, e ci sarei rimasta volentieri più a lungo se non avessi avuto impegni altrove.

Ringrazio il mio amico belga J-C per l’accoglienza, e per l’affabilità con cui elogia la mia passione per la fotografia quando mi attribuisce il talento  di trasformare la realtà  pur mostrando ciò che è: “Mt, hai uno sguardo che trasfigura, non guarderò più alla stessa maniera la mia casa e tutto intorno” .

Ecco le foto.

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Le foto per dirlo. Mytos

di Mariateresa Formicola

Est locus Italae medio sub montibus altis,

nobilis et fama multis memoratus in oris,

Ampanctis valles…

(Publio Virgilio Marone)

In Irpinia, nel territorio di Rocca San Felice,  c’è un luogo denominato “La Mefite della Valle dell’Ansanto” . E’ un avvallamento con un laghetto di acque ribollenti, di antichissima formazione, da cui provengono incessanti esalazioni inodore e letali, prodotte dallo sprigionamento di quantità di CO2 ad elevatissimi livelli di concentrazione. Giungono in superficie dalle profonde viscere della terra laddove si incontrerebbero le irruenti propagazioni dei movimenti sotterranei dell’imponente catena montuosa dell’Appennino Campano, tra il massiccio del Taburno e il vulcano attivo del Vesuvio.

E’ una storia arcaica, risalente almeno al IX-X secolo a.c. , quella della dea pagana “Mefitis”, cui vennero dedicati culto e venerazioni propiziatorie, innalzati templi e santuari, specialmente nell’Italia centro-meridionale.

Nelle esplorazioni archeologiche e negli scavi effettuati non sono state rinvenute tracce visibili del tempio di Rocca San Felice, che pure pare dovesse ergersi in loco, per il riaffiorare di numerosi oggetti votivi, vasellami, manufatti vari, soprattutto di una statua lignea dalle stilizzate forme antropomorfe, alta circa un metro e mezzo, oggi conservata nel Museo Provinciale di Avellino.

Ho intrapreso il viaggio verso la Valle della Mefite dopo l’invito di un amico a scattare alcune fotografie del luogo per presentarle in occasione di un convegno che stava organizzando insieme ad un gruppo di attori locali, interessati alla promozione del geo-sito.

Con cauta disponibilità, ho accettato.

Così, passeggiando nel silenzio della valle deserta, tra il disturbo di intense evaporazioni di zolfo e di un gentile vento primaverile, che però mi allarmava (avrebbe potuto spingere verso di noi l’implacabile biossido di carbonio?) , ho messo a fuoco la mia relazione con Mefite.

Vertigini, il giorno seguente.

Voglio dedicare questa pubblicazione al signore che troverete in fondo a tutte le foto,  Giuseppe.  E’ un uomo vivace, con un bel volto scurito dal sole e inciso da visibili solchi, che, come un premio, ho finalmente incrociato dopo il reportage all’ambiente solitario del laghetto tossico. Anche lo ringrazio per aver, senza esitazione, rovesciato fuori dall’abitacolo della sua piccola utilitaria, nella siepe sul bordo della strada, la lunga scala di legno con cui stava andando a raccogliere uva e avermi così offerto posto per accompagnarmi in un altro luogo di rilevanza storica, per la presenza dei ruderi di un antico edificio in pietra, interamente scoperchiato – forse un piccolo castello, forse per metà fortino di avvistamento –  poco più in là, dove il paesaggio variopinto per le ampie distese di prati fioriti in pieno sole avrebbe senz’altro ispirato il lavoro di pittori impressionisti.

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